TESTIMONIANZE: LA STORIA DI D.D.

-Da dove vieni?
Nanka (MALI)

– Che lingua parli?
Lingua parlata: Saracole

-Parlaci un pò di te, i tuoi primi anni in Mali ad esempio, come sono stati?
Sono nato a Nanka, regione di Kayes. Ho avuto un’infanzia semplice e felice. Ho frequentato due anni la scuola francese. Quando avevo 7 e 8 anni. Dopo ho iniziato a lavorare in agricoltura quando avevo 7 anni e poi ho iniziato come idraulico intorno ai 20 anni. Ho imparato lavorando con un uomo del Benin, che era il proprietario dell’attività.
Ho lasciato la scuola quando avevo 8 anni; mio padre mi ci ha iscritto e poi, purtroppo, è morto, e mio zio ha detto che dovevo andare a lavorare. Forse è da quel momento che la mia vita si è fatta più difficile ma comunque molto felice. La mia a famiglia era composta da padre, madre, e 5 figli, di cui 4 femmine. Mio padre è morto circa nel 1993. Dopo la morte di mio padre ho vissuto con mia madre e le sorelle.

-Ci dicevi che poi la tua vita da quel momento è stata più difficile, ma comunque molto felice. A cosa ti riferisci?
Beh semplice (ride), mi sono sposato e ho avuto un bambino. Il matrimonio è stato un matrimonio tradizionale. È un matrimonio che si svolge nell’abitazione dell’uomo in presenza dell’imam. Mi sono sposato nel 2013, mentre il bambino è nato il giorno prima della mia partenza dalla mia città del Mali. Il bambino, A., è nato il 13 giugno 2014. Il giorno più felice della mia vita e allo stesso tempo il più triste.

-Sembra incredibile. Il giorno dopo la nascita di tuo figlio sei andato via.. Ci puoi raccontare perché?
Ho lasciato il Mali perché mio zio voleva uccidermi. Quando mio padre è morto, ha lasciato la proprietà della terra, ma la terra è stata presa dallo zio (fratello minore di mio padre). Di solito la proprietà si trasmette ai figli. Le mie sorelle erano più grandi e potevano occuparsi della terra, ma la gestione l’ha presa mio zio. La sua giustificazione è stata: tuo padre era muratore e aveva le mucche, e quando è morto ha lasciato le mucche e la terra. Il fratello di tuo padre deve essere considerato come un padre, e quindi tutto doveva essere suo. Quando sono cresciuto mi sono reso conto di questa ingiustizia, e ho chiesto a mio zio di occuparmi della terra. La sua risposta però non è stata quella che mi aspettavo: secondo lui era ormai troppo tardi e non potevo più pretendere nulla. Questo è successo quando avevo 20 anni ed è per questo che ho iniziato a fare l’idraulico. Ho convocato lo zio in casa del capovillaggio. Lo zio ha detto che dopo tutti questi anni doveva continuare a gestire lui la terra. “Tu sei troppo piccolo e continuerò a gestire la terra io”, mi disse. Poi ho scoperto dell’altro…

-Cosa hai scoperto? Riguarda tuo zio e può spiegare ancora meglio perché te ne sei andato?
Questa storia me l’ha raccontata mia madre: mio padre stava lavorando come muratore, e un giorno ha avuto mal di testa e ha iniziato a perdere sangue dalla bocca e dal naso; l’hanno portato all’ospedale per alcune cure. Dopo la sua morte, mia madre è andata da un feticheur (stregoni che usano i poteri mistici) e questo è andato a guardare il corpo di mio padre. Il feticheur ha visto mio padre morto, e ha detto che mia madre doveva andare a casa sua in privato, perché egli non poteva parlargli in pubblico. A quel punto il feticheur ha detto a mia madre che un altro feticheur pagato dallo zio aveva ucciso attraverso la magia mio padre perché era ricco e voleva tutti i suoi averi. Quindi lo zio voleva prendersi le ricchezze, e questo a me non risultò certo strano visti i rapporti che stavamo avendo in quel periodo. Mia madre ha detto a me queste cose solo quando avevo sui 20 anni, piangendo. Prima mia madre ha tenuto per sé queste cose. Mia madre pensava che lo zio sarebbe cambiato con il tempo e invece è diventato sempre più cattivo, continuando a esercitare potere.

-Ok, la situazione con tuo zio stava sicuramente peggiorando, ma cosa è successo di così grave da convincerti ad andare via proprio il giorno dopo la nascita di tuo figlio?
[N.B. Riportiamo il racconto così come il ragazzo lo ha riferito. Il dolore per questi momenti in certe parti risulta deleterio per la linearità dello stesso]
Il motivo è perché mia moglie aveva dei problemi durante l’ultima fase della gravidanza, in particolare prima del parto. In questi momenti, secondo la nostra tradizione i padri devono allontanarsi dalla casa e lasciare tutto in mano alle donne di casa. Io ero andato da un amico che conoscevo da molto tempo. L’amico abita nello stesso villaggio. A casa di questo amico è successa una cosa che non mi sarei mai aspettato: abbiamo fatto sesso. Non c’è stata una costrizione. Quella volta è stata la prima volta che ho fatto sesso con un uomo. Lo stesso amico era la prima volta che rivelava di essere omosessuale o bisessuale. Già in precedenza avevo coscienza di avere preferenze di tipo bisessuale o omosessuale, ma con gli uomini non avevo mai provato nulla, perché nel mio villaggio chi ha orientamenti sessuali omosessuali o bisessuali rischia di essere ucciso, è una consuetudine conosciuta del mio paese che per orientamento e genere si rischia la persecuzione. Alla fine di questo rapporto è arrivato il fratello del mio amico. Il fratello ci ha visti senza che noi vedessimo lui, ha chiamato la famiglia del mio amico; sono arrivati il padre e i 3 fratelli del padre. Tutto questo mentre noi non ci eravamo accorti di nulla. Il padre del mio amico è entrato ha chiuso la porta per non far scappare nessuno dei due. Nel frattempo hanno preso fisicamente il amico per il disonore della cosa successa, l’hanno bloccato e legato al letto e gli hanno fatto bere del veleno (ricordo che era solo un liquido nero ma non so di che veleno si trattasse); altri due fratelli del padre bloccavano me fisicamente. In 5 minuti il mio amico è morto, e quella famiglia mi ha detto “se tu ritorni qui in questa casa ti uccidiamo”, poi hanno aperto le porte dicendo che ne avrebbero parlato con mio zio e che io dovevo morire e non dovevo più vivere perché avevo fatto qualcosa di terribile. Io sono andato da mia moglie che nel frattempo aveva partorito un bambino, e c’era anche mia madre. Io ho visto questo bambino, poi hanno bussato alla porta ed ho sentito la voce dello zio che ha detto: “noi avevamo già i nostri problemi però ti ho sempre lasciato vivo, ma da oggi se ti vedo ti uccido, se non direttamente con le mie mani trovo qualcuno che lo faccia, e se non trovo nessuno lo faccio fare a un feticheur”. Io sono scappato dal retro della casa, e non sono passato dalla via principale che passa da Nanka a Kati, ma ho preso la strada della foresta fino ad arrivare alla strada asfaltata, dove ho preso poi un passaggio per arrivare a Kati. Scappando sono riuscito a portare con me dei pochi soldi, tra quelli che avevo e quelli che mi ha dato mia madre, e che sono serviti per arrivare a Gao. Non avevo documenti. Sono arrivato il 14 giugno 2014 a Kati. Poi ho pagato una specie di taxi, un autobus, che mi ha portato a Gao. E sono arrivato il 17 giugno 2014.

-Cosa succederebbe se tu tornassi in Mali?
Se tornassi in Mali dopo quell’episodio, la morte mi attende. Non posso tornare.

-Cosa è successo poi? Come è continuato il tuo viaggio?
Dopo l’arrivo a Gao il 17 giugno 2014, ho trovato un trafficante di nome Moussa e gli ho spiegato la mia situazione, e così io mi sono unito ad un viaggio per 4 giorni nel deserto. Con un carro merci aperto dietro, eravamo in circa 62 persone. Alcuni con un bastone si tenevano in piedi, chi si muoveva veniva bastonato e due guineani sono morti durante il viaggio perché sono caduti. Il luogo timiruain. Siamo arrivati a Tamanrasset in Algeria. Il trasportatore trafficante sapeva da dove passare senza essere fermato. Il conducente ha chiamato in Mali, dicendo che c’erano tante persone che sono arrivate qui in Algeria senza pagare. E ha chiesto come fare. E lì c’è un luogo dove si va a cercare un lavoro, una piazza. Li un muratore mi ha preso come aiutante e ho lavorato 3 mesi e poi ho ripagato ad una persona vicina al trafficante trasportatore il debito di viaggio. Da Tamanrasset, sono poi andato in taxi con il resto dei soldi per andare ad Algeri. Li non sono riuscito a trovare lavoro, non avendo esperienza. Conoscevo un amico che lavorava come guardiano notturno nei cantieri. Per dormire andavo da questo amico. Per altri 3 mesi. Poi li ho chiamato mia madre che mi ha detto che mio zio aveva parlato con due ragazzi nel villaggio, e poi lei non li aveva più visti nel villaggio. Così io e mia madre abbiamo pensato che venissero in Algeria per ammazzarmi. Ho chiamato un amico del mio villaggio che abitava a Tripoli e gli ho spiegato la situazione, e l’amico ha deciso di pagarmi il viaggio per Tripoli. Sono arrivato il 3 gennaio 2015 lì a Tripoli.

-Cosa hai fatto lì a Tripoli?
A Tripoli ho cercato lavoro, la notte dormivo dall’amico e poi andavo a cercare lavoro. Questo per 3 mesi, poi una volante della polizia mi ha fermato e non avevo i documenti. E così mi hanno portato in prigione. In prigione ci hanno fatto mettere con lo sguardo rivolto in basso. Poi i poliziotti hanno fumato droghe davanti a noi, che eravamo tantissimi, e uno di questi poliziotti ha iniziato a camminare davanti a noi e si è fermato davanti a me per caso. Ho alzato leggermente lo sguardo, e col calcio del fucile mi ha spaccato la testa, ho perso sangue dal naso e dalla bocca e ho perso conoscenza. Ho un segno in testa che testimonia questa violenza. Qualcuno mi ha portato all’ospedale. Quando mi sono svegliato, per 3 giorni non riconoscevo me stesso e gli altri, e non sapevo dove mi trovavo. Poi ho ricominciato a ricordarmi il tutto. A quel punto è arrivato un poliziotto con un arabo e un traduttore, che mi hanno detto che l’ospedale era stato pagato da questo signore arabo. E quindi mi hanno detto che dovevo lavorare per questo arabo, per poter pagare il debito che lui aveva pagato. Il signore arabo mi ha messo nel giardino a vivere e ho lavorato per 7 mesi, ero costretto a lavorare lì e non potevo neanche uscire. Facevo il giardiniere. Mi dava da mangiare pochissimo. Mi salvavo un po’ perché mangiavo la frutta degli alberi. Lavoravo dalle 6 alle 19. Mangiavo, mi lavavo e poi dormivo. Dormivo in una piccola stanza vicina al giardino. All’inizio l’arabo mi dava dei compiti, poi mi gridava contro e mi picchiava perché avevo dimenticato alcuni compiti che mi aveva detto di fare all’inizio dei sette mesi. Sono stato picchiato tante volte, con i sassi oppure con le mani. Ero da solo lì. Per andare via da questo posto, ho parlato con il mio capo arabo perché volevo chiamare mia moglie in Africa e il capo ha detto che non aveva i soldi, e ha detto che se avesse richiesto di nuovo una cosa così egli avrebbe chiamato la polizia. Dopo qualche giorno è arrivato un idraulico siriano e l’arabo mi ha praticamente venduto a questo siriano. Ancora una volta ho lavorato gratis, come aiuto idraulico, e il siriano mi dava solo i soldi per fare qualche telefonata che però non bastavano per fare le telefonate. Li ho lavorato per un anno. Il signore non mi dava soldi per timore che scappassi. Il debito per la polizia è finito, cioè il siriano mi ha detto che era stato ripagato.

-Quando hai deciso di venire in Italia?
Non ho mai deciso. Un giorno, infatti, il siriano mi ha proposto un lavoro lungo a Sabrata per 6 mesi, dicendomi che per la prima volta sarei stato pagato. Il siriano mi ha accompagnato lì a Sabrata. Sei libero di andare. Io ero contento. Mi sono trovato in una strada principale con tantissime persone africane. Era Gennaio 2017 e sono stato un giorno e una notte li. Quando ero lì ho provato a parlare con qualcuno ma nessuno sapeva niente. Poi è arrivata un camion frigorifero con delle persone che sembravano della polizia, (la cella frigorifera che però non funzionava), e ci hanno portato altrove. Non so in quanti eravamo, ma eravamo in piedi ammassati. Poi hanno parcheggiato il mezzo, aperto e mi sono trovato davanti al mare. Sono stato preso, e sono stato messo dentro la barca, mentre eravamo controllati da 6 arabi coi fucili. 3 donne non volevano salire in barca, però le hanno forzato a salire. Io sono salito e prima di allora non avevo mai visto il mare, ho sperato che non mi succedesse nulla di brutto. Eravamo 133 persone nella barca. E poi sono arrivato in Italia.

 

D.D. ha iniziato, insieme a Lunazzurra, un percorso di formazione scolastica che sta seguendo con entusiasmo e con profitto presso il CPIA di Ponte a Egola, San Miniato. Inoltre, fin dal suo arrivo, si è dimostrato disponibile ad iniziare un’attività di lavoro volontario importante presso l’associazione Canottieri di Roffia, dove, insieme ad altri ragazzi ospitati da Lunazzurra, cura il verde del Lago di Roffia. Ha ricevuto anche un premio importante durante la festa dello sport dal Comune di San Miniato: il premio come migliore integrazione grazie all’attività sportiva e di manutenzione effettuata presso il Lago.