TESTIMONIANZE: INTERVISTA ALL‘ANIMATRICE PASQUA DI MODIGLIANA

Sono nata nel ‘57 a Trivento, in provincia di Campobasso. La mia nascita non fu accettata come una benedizione ma anzi, come un castigo di Dio perchè non ero un maschio e non portavo avanti il cognome…inoltre c’ era bisogno di braccia forti per lavorare nei campi! Mia madre mi rinnegò, mio padre era emigrato in Germania per lavoro ed io fui cresciuta dalla nonna paterna. Il lavoro principale che facevo era lavorare la terra e portare al pascolo le pecore, le capre e i maiali.

All’età di 6 anni però, mia madre, mia sorella maggiore ed io, raggiungemmo mio padre in Germania. Questo trasferimento fu bello…avevo una bella casina, non la masseria. Mio padre e mia madre lavoravano e mia sorella ed io andavamo a scuola, facevamo i compiti, i lavori di casa e giocavamo insieme, era bello quando non dovevamo portare al pascolo le pecore! Ero una bambina felice e benestante!

Dopo 7 mesi tutto finì perchè a causa di un brutto incidente persi entrambi i genitori. Nell’arco di circa un anno fummo affidate a più famiglie…passammo da un’istituto all’altro, nessuno si preoccupava delle nostre sofferenze, delle nostre paure e delle nostre lacrime… Anche la nonna materna se ne lavò le mani liquidandoci con questa frese: “Morta la vipera, morto il suo veleno!” Invece la nonna paterna ci avrebbe tenute con sé ma non le fu concesso perché era anziana.

Il nostro tutore ci affidò ai servizi sociali ENAOLI (Ente Nazionale Assistenza Orfani Lavoratori Italiani). Ricordo il momento in cui entrammo nel terzo istituto…fu traumatico! Il portone che si chiuse alle nostre spalle mi fece sentire prigioniera così presi a calci il portone e le suore che mi stavano vicino.

I giorni passavano ed io ero sempre più arrabbiata, graffiavo e picchiavo tutti coloro che volevano avvicinarsi a me… Mi ricordo che facevo le smorfie pur di allontanare chi si avvicinava diventando sempre più pestifera e ribelle. La madre superiora decise che dovevo essere “domata” e cominciarono cosi i castighi, le umiliazioni, gli insulti.

Ricordo inoltre che quando moriva una persona importante come per esempio un conte o una contessa che faceva le donazioni di denaro al collegio, dovevamo partecipare al funerale mostrandoci addolorate e piangenti. Dovevamo essere disperate ed urlare ma io non ci riuscivo in quanto per me erano solo persone estranee, così la suora, pur di farmi iniziare a piangere, mi dava dei pizzicotti fortissimi.

Spesso sono stata picchiata con oggetti: ditale, forbici, bacchette e ho ricevuto anche tante tirate di capelli.

Mi chiusi in me stessa come un riccio, sognavo…fantasticavo…era l’unico modo per evadere dal dolore!

Questo mio atteggiamento cominciò a causare sofferenza anche a mia sorella…gli promisi di fare la brava, ci abbracciammo con la promessa che saremmo andate in vacanza dalla nonna. Così, per amor suo, cominciai pian piano a cambiare modo di relazionarmi…sorridevo, parlavo, la rabbia e la ribellione erano via via diminuite, ero molto cambiata! In seguito a questa trasformazione mi affidarono delle bambine più piccole, ero pronta a dare loro amore e coccole, le proteggevo contro gli abusi. Inoltre, curavo il loro igiene, le aiutavo a vestirsi e riordinavo i letti.

All’età di 12 anni venni trasferita in un nuovo istituto a Torre Annunziata, in provincia di Napoli, dove frequentai le medie e proseguii gli studi per diventare operatrice contabile.

Prima di trasferirmi passai tre mesi con la nonna e gli zii paterni e in quel lasso di tempo mi sentii la ragazza più fortunata del mondo. Capii che avevo l’occasione di diventare qualcuno studiando.

L’inserimento nel nuovo istituto fu positivo, le suore erano umane, parlavano, giocavano, ridevano e cantavano con noi…guardavamo la TV fino all’ora del carosello e potevamo ascoltare la radio.

Ad ogni suora novizia venivano affidate 20 ragazze tutte della stesa età. Io fui affidata a Suor Caterina che, con la sua sensibilità e gentilezza, scoprì nel mio cuore non solo dolore e ribellione ma anche qualcosa di raro e bello.

Mi regalò il primo diario dove scrisse questa frese: “Pasqua, tu che conosci la sofferenza devi dare gioia agli altri con forza e coraggio, dona agli altri quell’affetto e quella bontà che a te è mancata”. Queste parole divennero il mio motto perché quando nella vita non hai niente, ti attacchi a qualunque cosa…anche ad una frase scritta! Gli anni passarono e suor Caterina venne trasferita a Roma. Io ero disperata, mi veniva tolta l’ancora di salvezza! Piansi, pregai ma non cambiò niente…con rassegnazione continuai ad andare avanti, mi consolavano le lettere di suor Caterina che mi spronava a fare sempre meglio…nell’arco degli anni avevo imparato a controllare la mia ribellione!

Gli anni passarono e conobbi un ragazzo a Tredozio, ai tempi avevo 16 anni, mi fece riscoprire le belle emozioni che possono dare i sentimenti umani. Ci sposammo a 17 anni e quando ne avevo 20 ebbi un figlio. Mia suocera s’impossessò del mio ruolo di madre ed io per il quieto vivere la lasciai fare e cominciai a lavorare come donna delle pulizie. Nel frattempo venni a conoscenza che nel paese dove abitavo cercavano delle persone per accudire gli anziani a casa, così fui assunta da una famiglia. Il lavoro mi piaceva ed essere utile agli altri mi gratificava, la riconoscenza di un grazie mi riempiva di orgoglio. Avevo quindi compreso che quello era il lavoro della mia vita. La profezia di suo Caterina si era avverata e cosi cominciò il mio cammino verso l’assistenza agli anziani. Con questo ruolo ho avuto la possibilità di verificare le mie capacità con diverse utenze, nell’84 ero ADB, Addetto all’Assistenza di Base e poi nel 2005 OSS, Operatore Socio Sanitario. Successivamente, nel 2013, quando avevo 57 anni diventai animatrice.

La mia vita aveva trovato un equilibro nel campo lavorativo e nella famiglia anche se le difficoltà ovviamente non mancavano. Poi purtroppo nel ‘96 rimasi vedova…non ce la facevo più a vivere nella sofferenza e nella morte così decisi di cambiare lavoro. Andai in fabbrica dove rimasi per due anni…almeno lì non mi sentivo coinvolta emotivamente. Fu proprio in fabbrica che conobbi un uomo, che poi diventò il mio attuale marito.

Successivamente decisi di rimettermi in gioco frequentando il corso per diventare animatrice, ebbi l’attestato e da allora svolgo il mio lavoro con passione. In questo ruolo bisogna essere sensibili e delicati negli approcci.

Non sempre basta un sorriso, una carezza, un bacio per far splendere i cuori sofferenti degli anziani! La delusione di non essere ascoltati li demotiva a parlare, la disponibilità del personale rende la convivialità gioiosa ma ciò non basta, hanno bisogno di qualcuno che gli stia vicino con empatia investendo le nostre risorse umane verso un arricchimento solidale. Riceviamo e doniamo ricchezze che solo gli aspetti umani possono dare!