TESTIMONIANZE: LA STORIA DI M.S.

M.S. è nato nel 1986 in Senegal, è il primo di tre fratelli di una famiglia sfortunata: la madre è non vedente, il padre ha perso entrambe le gambe in un incidente avvenuto su una mina quando M. era piccolo. E’ stato il primo a lasciare il Senegal, nel suo villaggio di origine non c’è energia elettrica, quindi non ha più sentito i genitori direttamente, solo il fratello che si trova a Dakar e che ogni tanto lo aggiorna sulle questioni familiari e gli racconta di una situazione instabile, con i ribelli che visitano periodicamente il villaggio.
Si è diplomato alle scuole superiori e poi ha frequentato 5 anni di università, Facoltà di Filosofia; non avendo trovato lavoro nel suo campo, ha iniziato ad occuparsi di agricoltura con la famiglia fino al 2015, quando ha lasciato il Senegal. “L’ho lasciato – racconta – a causa dei ribelli, perché venivano a prendere le persone del mio villaggio per farle diventare a loro volta ribelli. I ribelli procedono praticamente ad arruolamenti forzati. Non so quante persone hanno portato via, ma conosco personale 5 di questi ragazzi e so anche i loro nomi. Questi ragazzi rapiti non sono mai riusciti a tornare”.

M.S. ci racconta che i ribelli che compiono queste incursioni sono quelli della Casamance; i gruppi sono numerosi e a volte tra loro scoppiano degli scontri per rivalità e per cercare di ottenere l’indipendenza della Casamance. Non si sa come questi gruppi ribelli si finanziano. M.S. ha visto con i suoi occhi i ribelli entrare nel villaggio, entrano a qualsiasi ora del giorno o della notte, in marcia a volte anche mascherati: “Ho visto i ribelli passare in macchina quando vanno in missione, e passano sulla strada accanto al mio villaggio dove non c’è corrente elettrica né polizia. In pratica lo Stato senegalese non è presente sul territorio. Conosco un uomo che è morto nel 2017 che faceva parte dei gruppi ribelli: me lo hanno riferito lo zio e mio fratello che vive a Dakar”.

Ha frequentato l’università a Dakar per 5 anni e cercava di tornare spesso a casa dal padre disabile e non autosufficiente. Rispetto all’incidente alle gambe, M.S. racconta: “L’incidente a mio padre è successo quando ero piccolo. I ribelli erano andati a prendere i padri di famiglia per fare una riunione nel mio villaggio e cercare di convincere le famiglie a sostenere il movimento per l’indipendenza. Al ritorno per il villaggio c’è stato un incidente dell’auto su cui viaggiava mio padre, è esplosa una mina che era piazzata in strada, non saprei da chi fosse stata piazzata. L’incidente ha coinvolto mio padre ma anche tante altre persone; è successo quando io avevo circa 9 o 10 anni”.
Nel suo villaggio e in quelli vicini la paura di essere rapiti dai ribelli era costante, vivere era pericoloso: per questo M.S. ha deciso di andare via, per salvare la sua vita di studente e sperare di poter trovare in seguito un buon lavoro. I ribelli hanno ucciso i militari veterani in congedo nel villaggio molti anni prima, probabilmente per evitare che ci fosse qualcuno che sapesse difenderlo: “Quando arrivavano i ribelli durante le incursioni, molti giovani tra cui io, andavano a nasconderci nel boschetto vicino alla campagna. I ribelli rubano anche gli animali e fanno banditismo, a noi hanno rubato solo animali. Se qualcuno nel villaggio andasse a cercare aiuto presso le autorità correrebbe il rischio di essere ucciso, è successo con un anziano del villaggio. È impossibile richiedere protezione per timore di ritorsioni, così il nostro villaggio resta isolato e indifeso…”.

Per questi motivi che M.S. ha deciso di lasciare il proprio paese e di tentare la fortuna con il viaggio. Lo chiama semplicemente così, il viaggio. Un viaggio della speranza che lo ha prima portato in Niger, pagando con i pochi soldi che il fratello gli aveva dato a Dakar, e poi in Libia. Al solo nominarla il ragazzo non riesce ad andare avanti nel racconto. Riesce a raccontarci soltanto che lo hanno imprigionato appena arrivato e che è restato in carcere per 6 lunghi mesi. 6 mesi di terrore, di dolore, di violenza. 6 mesi in cui è stato spesso picchiato, legato con il filo di ferro, dove ha visto morire amici e compagni e dove lui stesso è stato vicino a non farcela. Sono racconti confusi, difficili, che non riesce a portare a termine.
Alla fine di questi 6 mesi, una notte c’è stata un’evasione, quasi involontaria, quasi dettata dalla fortuna. Anche M.S. riesce a fuggire. Passa altri 3 mesi dormendo nelle strade di Tripoli, raccimolando qualche soldo come aiuto-muratore, quel tanto che basta per concludere il suo lungo viaggio. Destinazione Italia.

Anche del viaggio in barca M.S. ci racconta pochi dettagli, chiari e dolorosi. Il caldo asfissiante dei corpi, nonostante fosse ottobre, la paura delle persone, un uomo vicino a lui morto soffocato. Non riesce ad andare avanti. Dopo 3 giorni di agonia viene portato in salvo da una ONG e finalmente raggiunge il primo CAS dove viene accolto.
Nonostante la salvezza, nonostante lui sia uno di quelli che ce l’ha fatta, niente per M.S. sarà più come prima. La paura, il dolore, la consapevolezza di poter morire da un momento all’altro lo hanno distrutto dentro. Spesso soffre di attacchi di panico, ha perso quasi tutta la sua capacità di socializzare e ogni rapporto personale si è fatto difficile. Questo è quello che ti lascia il Viaggio, come continua a chiamarlo, quasi rassegnato a quello che si porta dentro. Una cosa positiva, però, c’è. Sta ricominciando, gradualmente, a comunicare, ad andare a scuola, a sorridere. Niente potrà essere cancellato ma finché avranno vita, lui come tutti i ragazzi che seguiamo, avranno speranza.